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IL PATRIMONIO STORICO ARTISTICO DEL MEDIO FRIULI

A cavallo fra IX e X secolo la pianura friulana fu sconvolta per un cinquantennio dalla furia distruttrice degli Ungari, provenienti dall’Europa dell’Est e documentati per ben dodici volte sul nostro territorio con incursioni sempre più violente e crudeli, messe a segno lungo la principale via di penetrazione, la Stradalta, ancora adesso chiamata “strada ongaresca”.
La loro furia fu solo l’ultima in ordine di tempo ad abbattersi sul nostro territorio e così le invasioni barbariche determinarono l’abbandono della campagna, che più tardi, per volontà dei patriarchi, fu ripopolata da coloni slavi, provenienti dai domini orientali del patriarcato. Questo fenomeno, che interessò gran parte della pianura del Medio Friuli, è rintracciabile nella toponomastica locale: Gradisca, Gradiscutta, Belgrado, Gorizzo, Goricizza, Iutizzo, Santa Marizza e molti altri ancora sono toponimi di origine slava.
Per più di tre secoli in epoca medievale il Friuli si impose nel panorama politico europeo come una delle esperienze autonomiste più significative. L’organizzazione del Patriarcato, principato feudale indipendente sorretto da un’unica figura, che incarnava la massima autorità civile ed anche religiosa, iniziò a vacillare sul finire del XIV secolo. I motivi del rapido declino, come sempre accade, furono molteplici, ma si possono riassumere in una generale debolezza del governo degli ultimi principi, incapaci di far fronte al grave dissesto finanziario e all’ancor più grave stato di disordine interno con tutte le rivalità, le atroci vendette, i moti separatisti e le vicendevoli alleanze che esso comportò.

Ad approfittarsi di tale situazione furono da un lato la casa d’Austria, mossa dalla necessità di mantenere un sicuro sbocco al mare, e dall’altro la Repubblica di Venezia, desiderosa di rafforzare i confini ad oriente contro un duplice pericolo, l’avanzata degli imperiali e le scorrerie turchesche, particolarmente intense nell’ultimo trentennio del ‘400, avendo individuato nella Stradalta una facile via di penetrazione alla volta della marca trevigiana.

Nel secondo decennio del Quattrocento il Friuli divenne il campo di battaglia per le truppe dei due schieramenti, austriaco e veneziano, e, dopo alterne fortune, Venezia nel 1418 diede avvio ad una cruenta campagna di conquista, forte anche dell’appoggio della fazione filoveneziana, capitanata dalla nobile famiglia dei Savorgnan. Dopo due anni di violenti scontri armati nel giugno del 1420 gran parte del territorio centro occidentale era stato assoggettato e con l’atto di dedizione di Udine al Senato della Repubblica aveva inizio una nuova età.

Nel generale piano di mantenimento dell’assetto statutario ed istituzionale di ogni singola comunità della Patria del Friuli, la Serenissima, pur esercitando la sua sovranità, fu costretta a dare in concessione le terre di antico dominio asburgico e goriziano. Così una vasta area lungo la Stradalta, che comprendeva anche Codroipo, Mortegliano e Talmassons, fu assegnata in feudo al Conte di Gorizia già investito di tali territori in epoca patriarcale. Si creò un’ambiguità di potere mai accettata di buon grado dalla Dominante, che guardò con sospetto a questa come a tutte le realtà affidate alla giurisdizione dei foresti. L’accorto lavoro diplomatico e il nuovo assetto, seguito alla guerra contro gli imperiali del 1508-1514, condussero ad una maggiore unitarietà e ad un lungo periodo di tregua, che contribuì allo sviluppo sociale, facendo registrare un aumento demografico, una maggiore articolazione della vita comunitaria, interventi architettonici ed ampliamenti urbanistici. Il vasto territorio del Medio Friuli fu investito dalla vitalità di un vento nuovo. Il vento spirò dalla Laguna per oltre tre secoli e mezzo lasciando tracce che tuttora caratterizzano il paesaggio ed il volto dei centri abitati. Ancora una volta le arti si dimostrarono esempio sublime di ricettività e di apertura a commistioni linguistiche dotte.
Le testimonianze della lunga dominazione si rivelano particolarmente generose al chiuso delle pievi o delle piccole parrocchiali che, nonostante le spoliazioni napoleoniche, ancora custodiscono opere veneziane come dipinti di Francesco Fontebasso, sculture marmoree di Giuseppe Torretti o preziosi argenti contrassegnati dal Leone in moleca.

Il linguaggio del pieno Rinascimento veneto raggiunse anche i maestri friulani che, con risultati non sempre all’altezza del modello, si dimostrarono attenti alle novità. In questo periodo vennero realizzati due dei maggiori capolavori del Cinquecento friulano: l’altare ligneo di Giovanni Martini del duomo di Mortegliano e la pala del Pordenone della pieve di San Lorenzo a Varmo. Entrambe le opere costituiscono una pregevole testimonianza dell’elevata qualità tecnica e dell’eccellenza inventiva raggiunte dall’arte scultorea e dall’arte pittorica friulana nel corso del terzo decennio del Cinquecento.
Questi furono anche gli anni di una sentita religiosità che si espresse con il proliferare di piccole chiese su tutto il territorio: chiesette votive in mezzo alla campagna, in punti viari strategici, su siti di origine romana quasi a siglare una continuità con le ritualità pagane legate ai cicli stagionali, ai ritmi dei raccolti. E ad istoriare le pareti, pagine di una Bibbia accessibile a tutti, a creare gli arredi, a celebrare i santi titolari sugli altari furono chiamati i nomi di maggior spicco del panorama locale: Gian Paolo Thanner o, spesso, i suoi fedeli allievi furono attivi a Santa Marizza di Varmo, Flumignano di Talmassons, Sclaunicco di Lestizza, Mereto di Tomba, Variano di Basiliano; Gaspare Negro (documentato dal 1503 al 1549) realizzò il ciclo d’affreschi della chiesa di Santa Maria delle Grazie a Castions di Strada; il lapicida lombardo Giovanni Antonio Pilacorte scolpì portali, pile, fonti battesimali e immagini sacre in tutto il Medio Friuli; poi fu la volta del prolifico erede del Pordenone, Pomponio Amalteo, che fu attivo quasi in tutte le parrocchiali del territorio. Insomma, una stagione fruttuosa a cui certo non si sottrassero i nostri undici comuni che ancora ne conservano tracce tangibili.

Certo, il segno della Serenissima non è rintracciabile solo sugli altari, ma è qualcosa in cui ci si imbatte a volte casualmente, percorrendo strade di campagna, ed ha un impatto scenografico immediato nel suo caratterizzare il territorio e nel suo evocare gli antichi fasti di una civiltà: la civiltà delle ville venete.

Solo in questo lembo della regione si conservano una ventina di monumentali esempi architettonici di residenza, che rappresentano, ciascuno con le proprie caratteristiche, il felice connubio fra le diverse necessità di una classe nobiliare desiderosa sì di autocelebrazione, ma anche attenta all’amministrazione delle proprietà agrarie. L’armoniosa unione fra il corpo di fabbrica gentilizio e le barchesse o gli annessi edifici rustici, informati a criteri di grande praticità, costituisce l’aspetto essenziale per la gran parte delle ville come villa Kechler a San Martino o villa Colloredo Mels a Muscletto, entrambe nel codroipese. Furono realizzate fra il XVI e il XVIII secolo e alcune sorsero sui resti di edifici preesistenti come villa Fabris a Lestizza, o sulle rovine di manieri medievali come villa Colloredo Mels Mainardi, ora Bianchi, a Gorizzo di Camino al Tagliamento e villa Colloredo Venier a Sterpo di Bertiolo, o inglobando parti di antichi conventi come villa Canciani Bartolini a Santa Marizza o il Priorato a Madrisio di Varmo.
Naturalmente l’otium estivo dei nobili signori imponeva la conversione di una cospicua parte dei possedimenti terrieri in parco, dove passeggiare fra piante esotiche e ameni corsi d’acqua come ancora testimoniano villa Savorgnan a Flambro di Talmassons o villa Canciani Florio Cisilino a Varmo.

Non tutte poi si uniformarono ai canoni abitativi strettamente veneti privilegiando modelli legati alla tradizione locale ed è il caso di villa dei Conti di Varmo a Mortegliano o della settecentesca Casa Someda de Marco a Mereto di Tomba. Alcune, inoltre, sorsero con l’impianto architettonico di un palazzo come quello che un insigne prelato della famiglia Venier si fece costruire a Gradisca di Sedegliano. Villa Manin di Passariano è fra tutte la più prestigiosa sia per la grandiosità della progettazione che per la ricchezza dei decori. Rappresentò il potere di una dinastia, la floridezza di una stagione politica e il lusso della mondanità, ma fu anche, ironia della sorte, teatro dell’ultimo atto del dominio veneziano sotto il dogado di Ludovico Manin, quando Napoleone vi firmò il trattato di Campoformio. Nel 1797, infatti, Venezia veniva ceduta all’Austria. Successivamente le potenze austriache e francesi si alternarono determinando un decennio di incertezze e scorrerie di truppe lungo le strade dei nostri paesi. A prevalere fu poi la Casa d’Austria che governò, invisa, fino al 1866, anno dell’annessione al Regno d’Italia.

Fra Sette e Ottocento furono rimaneggiate quasi tutte le parrocchiali del territorio che, infatti, sono giunte a noi con i tratti tipici del linguaggio tardo barocco, del neoclassico o del neogotico come il duomo di Mortegliano dell’architetto Andrea Scala.
Inoltre, il XIX secolo è qui ben documentato grazie ad un’interessante e singolare collezione di carrozze d’epoca, raccolte, per ripercorrere la storia del trasporto su strada, nel museo allestito in una barchessa di Villa Kechler a San Martino di Codroipo. Negli spazi museali si possono ammirare anche rarità dal mondo dei giocattoli d’epoca e, soprattutto, la quadreria Bartolini che raccoglie una settantina di opere fra incisioni, dipinti e sculture dei maggiori artisti friulani del secondo dopoguerra, donate al Comune di Codroipo dagli eredi dello scrittore Elio Bartolini. Per chi ama l’arte e desidera andar per mostre e musei, questo territorio offre davvero molte opportunità: oltre ai Civici Musei codroipesi (archeologico e delle carrozze d’epoca), si potrà ripercorrere la storia del vino attraverso una raccolta incredibile di strumenti atti alla vinificazione e attraverso filologiche ricostruzioni di ambienti presso il Museo del Vino e del Vetro Pietro Pittaro a Codroipo. Inoltre, vale la pena soffermarsi a Villa Manin, dove, oltre a collezioni permanenti di arredi sacri, armi e carrozze, l’infilata dei saloni ospita sempre mostre di grande richiamo ad approfondire generalmente tematiche di arte moderna e contemporanea.

Proseguendo la nostra ricostruzione storica arriviamo rapidamente all’inizio del XX secolo, quando la riva destra del Tagliamento fu interessata da opere di difesa militare, la cosiddetta Fortezza Basso Tagliamento, eretta nei suoi vari elementi (forti, depositi, appostamenti per batterie e altro) fra il 1910 e il 1915. Della testa di ponte di Codroipo, che chiudeva a nord la linea difensiva, restano tracce nei forti di Beano e Rivolto, nelle batterie di San Martino, Varmo e Sedegliano.
Anche le due successive guerre mondiali lasciarono il segno: la prima trasformò i centri del Medio Friuli in teatro di scontri durante la ritirata di Caporetto nel tentativo di raggiungere il ponte sul Tagliamento, la seconda fece registrare tristi primati per i danni subiti dai nostri paesi a causa dei bombardamenti. Ecco, dunque, l’ultima stagione artistica, in ordine temporale, che ha coinvolto molti edifici di culto ripristinati dopo i tristi eventi bellici: ecco i nuovi cicli pittorici dai tematismi complessi, frutto dei tempi nuovi e degli interrogativi spesso senza risposta che l’uomo moderno si pone. Ad interpretare tutto ciò furono artisti del calibro di Arrigo Poz (le vetrate della chiesa di Santa Maria Maddalena a Morsano di Castions di Strada), Fred Pittino (Santa Maria Annunziata a Flambro) o Renzo Tubaro (chiesa di San Giuseppe a Castions di Strada), per citarne solo alcuni.

 

Uno dei biglietti da visita del Medio Friuli è il bilinguismo di cui si ha subito sentore fin dal cartello che segnala l’inizio di ciascun paese: Basilian, Bertiûl, Cjamin dal Tiliment, Cjasteons di Strade, Codroip, Lestize, Merêt di Tombe, Mortean, Sedean, Talmassons e Vil di Vâr… La lingua è il friulano, lingua tutelata da apposita legge nazionale. Quasi tutta la cartellonistica esplicativa accanto a monumenti, chiese, ville o edifici storici è predisposta nelle lingue italiana e friulana. Vale la pena fermarsi a leggere anche la lingua del posto, quella che noi affettuosamente chiamiamo la marilenghe, ossia la lingua madre, perché anche questo è un elemento di comprensione in più per un territorio e la sua gente.

Insomma, una rapida panoramica su una zona ricca di sorprese, ancor più eclatanti perché inaspettate, da godere in tutti i dettagli e con i ritmi appropriati ad un viaggio di scoperta in un luogo dove tutto ha un suo perché e una storia da raccontare. Un racconto che si svolge con la riservatezza e con l’orgoglio tipici di un popolo pienamente consapevole che per comprendere il presente bisogna conoscere e conservare il proprio passato.

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