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Talmassons è un centro agricolo-artigianale di consolidata tradizione, situato alla destra del Cormor: è un comune di circa 4.200 abitanti e comprende tre frazioni: Flumignano, Flambro e Sant’Andrat del Cormor.
Il suo territorio, prevalentemente pianeggiante, è situato in gran parte al di sotto della linea delle risorgive, che si materializza quasi esattamente lungo la “Stradalta”, che “dunque” fa da confine tra la alta e la bassa pianura.
Nella piccolissima parte di territorio comunale che si trova nell’alta pianura il suolo è formato in prevalenza da ghiaie e ciottolame di grosse dimensioni: quindi qui non si trovano acque superficiali e ciò determina una elevata aridità ed il conseguente instaurarsi della vegetazione tipica dei magredi.
Inoltre l’elevata permeabilità del terreno ha prodotto, nel corso dei millenni, una costante decalcificazione, dovuta all’acqua piovana ed una conseguente ferrettizzazione a cui è dovuto il colore rosso di questi suoli.
L’irrigazione è qui una condizione essenziale per la produzione agraria: gli impianti irrigui, costruiti negli anni cinquanta e sessanta, sono costituiti da pozzi per il prelievo di acqua dalla falda freatica e da una rete di canalette che raggiunge ogni singolo appezzamento.

Ma il territorio di Talmassons e delle sue frazioni è posto per la maggior parte nella bassa pianura, dove il terreno è formato in prevalenza da sedimenti sabbioso-limosi e argille, che nel corso dei secoli si sono depositati più a valle rispetto al materiale più grossolano. Qui le acque della falda freatica, infiltratesi nel terreno nell’alta pianura e derivanti per la maggior parte dal bacino del Tagliamento, affiorano in superficie per l’impedimento dovuto al suolo estremamente impermeabile.
Le acque di risorgiva hanno caratteristiche particolari: una temperatura di 12-13°C ed una portata costante durante tutte le stagioni (di circa 65 m3 al secondo); sono acque limpide e spesso ricche di sostanze minerali e hanno da sempre conferito un tratto caratterizzante al paesaggio di questa zona, anche se gran parte delle aree paludose in passato sono state bonificate e di questi ambienti ormai rimane traccia in zone piuttosto ristrette. In particolare nei pressi di Talmassons le sorgenti possono essere di tre tipi: lineari per affioramento, puntiformi per zampillamento e a pozza circolare cioè a olla larghe 2-3 metri e profonde circa 1 metro (come ad esempio quelle dei Casali Belizza). Le acque risorgenti in superficie nello spazio di 2-3 chilometri si trasformano in rigagnoli, ruscelli e infine danno vita ad una intricata rete idrografica, i cui corsi principali sono costituiti dalla Roggia Cusana, dalla Roggia di Sant’Antonio (Rio Comugna), dalla Roggia Gran Levada e dalla Roggia di Virco, nelle quali confluiscono diversi corsi minori e che poi si riversano più a sud nello Stella.
Le bonifiche eseguite nel primo e nel secondo dopoguerra hanno modificato profondamente questo intrico di fiumiciattoli: molti sono stati rettificati e alcuni sono addirittura scomparsi. Quelli rimasti sono interessanti attrattive naturalistiche, insieme ai boschetti spontanei sparsi in tutta l’area, che ospitano le essenze tipiche della zona e offrono agli escursionisti spazio e frescura per una sosta durante l’estate.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/biotopo1.pngMa il sito più importante dal punto di vista naturalistico è sicuramente lo splendido Biotopo delle Risorgive di Flambro, posto circa 1 km a sud dell’abitato e fortunatamente sopravvissuto alle bonifiche e ai riordini succedutisi dal dopoguerra: si tratta di uno degli ambienti naturali più interessanti della bassa pianura friulana, dove le acque della falda freatica riaffiorano creando suggestivi ambienti di risorgiva che sono serbatoi di biodiversità per la presenza di specie “relitte” ed endemiche. In esso infatti si susseguono armonicamente campi e prati, alternati a sorgenti, corsi d’acqua e macchie di vegetazione spontanea; adiacente a quest’area si estende anche la Torbiera di Flambro, con un tipico specchio d’acqua acquitrinoso su cui si sviluppa un interessante percorso didattico.
Questo biotopo protetto, confinante con quello delle Risorgive di Virco, è stato istituito con decreto del Presidente della Giunta Regionale del 23 giugno 1998, poiché in esso sono stati individuati ambienti e specie rare a rischio di scomparsa; l’area è compresa inoltre nel sito di importanza comunitaria (SIC) “Risorgive dello Stella”, poiché gli habitat naturali e le specie presenti sono considerati di grande valore a livello europeo. Qui sono attualmente in corso di realizzazione progetti di varia natura mirati a valorizzare, tutelare e conservare le aree umide delle risorgive friulane: il progetto LIFE, ad esempio, ha l’obiettivo di conservare le ultime torbiere alcaline, salvaguardando le specie botaniche esistenti e coinvolge i comuni di Bertiolo, Castions di Strada, Gonars e Talmassons e i biotopi naturali delle Risorgive di Virco e Flambro, la Torbiera Selvote  e le Paludi del Corno.
Purtroppo la funzionalità di questi ambienti e il mantenimento della loro biodiversità sono in pericolo, principalmente a causa dell’estrema frammentazione degli habitat, dell’abbassamento della falda freatica, dell’eutrofizzazione delle acque e dell’abbandono delle vecchie pratiche gestionali. Il progetto LIFE si propone quindi di ampliare gli habitat naturali, di creare nuovi corridoi ecologici tramite l’acquisizione e il ripristino di terreni agricoli, di riprendere le antiche attività gestionali (sfalci e decespugliamenti) nei terreni abbandonati e infine di creare un vivaio delle specie vegetali autoctone: la biodiversità infatti sarà aumentata anche attraverso la piantumazione e la produzione di seme di molte specie che sono considerate preziose e quindi da conservare.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/mulino(2).pngIl Biotopo di Flambro occupa 71 ettari e si raggiunge dalla strada che da Flambro porta a Rivignano svoltando a destra su un vialetto ombreggiato da piante di alto fusto, tra cui diversi ontani, acacie e platani. Alla fine del vialetto, sulla riva della Roggia Cusana, si trova il vecchio mulino Braida o Magrini: risalente al Settecento e rimaneggiato nel 1810, è un antico opificio di notevole pregio architettonico di proprietà della Regione e attualmente in fase di recupero nell’ambito del programma di tutela e valorizzazione delle risorse e del patrimonio naturale e storico-ambientale; la struttura ristrutturata verrà destinata a sede del “Centro Visite” del Biotopo e al suo interno troverà collocazione una esposizione museale.
Situato nel territorio compreso tra lo Stella ed il Cormor, è un esempio significativo dei tanti mulini ad acqua presenti in questa zona. Di fatto l’acqua ha rappresentato una ricchezza inestimabile nella bassa friulana, sia per l’irrigazione che per l’utilizzo della sua forza motoria in applicazioni meccaniche: i mulini, dall’anno mille in poi, hanno comportato una rivoluzione nelle attività di lavorazione dei cereali e hanno svolto nei secoli importanti funzioni sociali ed economiche.

Al limitare di questa area grandissime vasche per l’allevamento di trote convogliano e utilizzano le acque sorgive della zona; nell’area del mulino sono stati effettuati anche interventi di gestione e di ripristino degli ex coltivi al fine di dilatare gli habitat naturali e proteggere il nucleo del biotopo, che oggi rappresenta un sistema ambientale articolato e ben salvaguardato. A partire dal mulino, inoltre, comincia un percorso che permette di visitare gli aspetti principali del biotopo attraverso un circuito ad anello, attrezzato con ponticelli e passerelle di legno, che consente di inoltrarsi a piedi nelle zone vicino alle olle sorgive: il paesaggio è incantevole per la varietà degli aspetti naturalistici, fusi in un insieme armonico di colori, suoni e profumi e in un sostanziale equilibrio con la componente antropica. La visita è possibile in qualsiasi ora del giorno ed è consigliata in diversi momenti dell’anno, per seguire le varie fioriture ed apprezzare la varietà delle specie vegetali nel succedersi delle stagioni.
All’inizio del percorso la strada intercetta la Roggia dei Molini, che scaturisce poco più a monte e in breve si arricchisce di una fresca e limpida corrente, sulla quale spicca per la bianca fioritura il Crescione (Nasturtium officinale), attorniato da un ricco consorzio di piante acquatiche galleggianti e sommerse in alcuni centimetri di acqua lenta.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/biotopo3.pngAlle correnti dei piccoli corsi che si originano dalle olle di Codroipo e di Bertiolo si è adattato anche il Ranuncolo d’acqua (Ranunculus trichophyllus), fluttuante in superficie con la parte terminale fiorita, mentre il lungo fusto sommerso é saldamente ancorato al fondo; tra le piante acquatiche sono inoltre comuni la Lenticchia d’acqua (Lemna minor) che ricopre con un tappeto verde uniforme le superfici acquatiche e la fluttuante Helodea canadensis fissata sul fondo. Le sponde degli stessi corsi ospitano ancora il Cardamine pratensis dai bianchi fiori crociati, mentre i bordi più elevati delle rive sono colonizzati da un’associazione arbustiva a salici, seguita nell’entroterra dal bosco ripariale. Continuando il cammino, ci si inoltra tra la vegetazione del Biotopo, costituita da Pioppo bianco, Pioppo nero, Ontano nero e Ontano bianco, Olmi, Carpini, Farnie, arbusti di Spincervino e di Frangola, di Biancospino, di Sambuco nero e di molte altre specie; il bosco si alterna a radure e prati coltivati gradatamente sostituiti dal prato magro delle bassure, ritagliate fra un lembo boschivo e l’altro. La torbiera ci accompagna per un lungo tratto, intervallata a prati più elevati, ma ancora frequentati periodicamente dalle acque stagnanti, come ci indica la presenza di giunchi e carici, le cui spoglie si accumulano sul fondo, concorrendo all’interramento di una parte della risorgiva. Ora il percorso ci conduce alla Roggia Mezzal, attraverso una serie di prati umidi invasi dalle graminacee, il cosiddetto “molinieto”, seguiti da aree più asciutte, coperte da un fitto tappeto erboso: intorno il prato si perde a vista d’occhio, punteggiato di giallo e di rosa per la fioritura di diverse specie come il piccolo Ranuncolo, il Cardo palustre (Cirsium palustre), il Veccione (Lathyrus vernus) e la Ginestrina (Lotus corniculatus). Uno dei caratteri più interessanti della flora del luogo è rappresentato dalla presenza di numerose specie tipiche delle zone montuose, che sono pervenute in queste aree planiziali durante le glaciazioni: infatti, in seguito all’avanzare dei ghiacci, alcune specie si spostarono cercando altri habitat che permettessero loro la sopravivenza (dealpinismo); più tardi, quando in seguito a sensibili cambiamenti climatici i ghiacciai si ritirarono nuovamente, alcune specie rimasero in quelle zone di pianura che presentavano caratteristiche compatibili con le loro esigenze biologiche, come queste in cui si sono mantenute grazie alla freschezza del clima, garantita dall’affioramento di acque a temperatura costante. Le specie interessate frequentano soprattutto le torbiere basse alcaline: è il caso della splendida Primula farinosa, la cui infiorescenza lilla spicca tra il verde uniforme dell’ambito circostante; è da segnalare anche la Parnassia palustris, specie rara appartenente alle saxifragaceae, che si può considerare un relitto glaciale perché abitualmente vive a quote anche superiori ai 2000 metri. Anche la Gentiana verna dai fiori blu e la Tofieldia calyculata con numerosi fiorellini gialli, portati su un unico stelo, sono comuni nelle praterie montane e sopravvivono in questi luoghi di pianura come relitti glaciali. Tra le specie rare si segnala anche l’Armeria helodes o Armeria palustre, simbolo del Biotopo e preziosa rarità endemica, perché presente soltanto in queste paludi delle risorgive di Flambro e inserita nella Lista Rossa Regionale delle Piante d’Italia: si tratta di una specie dalle graziose fioriture primaverili rosate, formate da numerosi piccoli fiorellini in infiorescenza compatta, che caratterizza la tarda primavera della torbiera bassa alcalina. Una specie molto rara è anche l’Erucastrum palustre o Brassica palustris, crucifera del gruppo dei “cavoli” volgarmente chiamata “verzùt” o “cavolo di palude” o “olio matto”, per la sua somiglianza con la pianta di colza e citata anch’essa nella Lista Rossa in quanto specie gravemente minacciata: questa pianta è una forma endemica, cioè non esiste in nessuna altra regione del mondo e fu scoperta in questa zona nel 1800 dal botanico friulano Giulio Andrea Pirona: Erucastrum significa simile a una ruchetta per la forma delle foglie basali e per il sapore “rapaceo subacre”, come lo descrisse il Pirona nel suo libro “Florae Forojuliensis Syllabus”. Oltre alle specie endemiche, la flora dell’area annovera anche altre specie molto rare della flora italiana: l’orchidea Liparis loeselii, con i suoi piccoli fiori di color verde-giallo, specie di interesse comunitario gravemente minacciata in Italia, e Anagallis tenella, minuscola primulacea a distribuzione atlantica quasi estinta sul territorio nazionale, che mantiene alcune stazioni in questa zona di risorgive. Vi si trovano inoltre numerose altre specie in pericolo o comunque rare a livello nazionale a causa della forte contrazione degli ambienti umidi e delle modificazioni climatiche, tra le quali: Allium angulosum, Gentiana pneumonanthe, Hippuris vulgaris, Hottonia palustris, Orchis palustris, Senecio paludosus, Senecio fontanicola, Sesleria uliginosa e Spiranthes aestivalis: complessivamente l’area del biotopo di Flambro ospita ben 17 specie inserite nel Libro Rosso delle Piante d’Italia!

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/typha(1).png data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/acqua.png

Ma la lista delle specie interessanti non finisce qui, poiché queste zone umide rappresentano un patrimonio inestimabile per le varietà vegetali che vi albergano: si devono mettere in evidenza anche l’Aglio odoroso o Allium suaveolens, che profuma l’aria verso la fine di agosto, la Felce palustre (Thelypteris palustris), il Pennacchio a foglie larghe (Eriophorum latifolium), il Gladiolus palustris, il Giaggiolo siberiano (Iris sibirica), il Giglio dorato (Lilium auratum), altro relitto glaciale e il Leucojum aestivum, noto come Campanella maggiore, che frequenta luoghi ombrosi, ontaneti e praterie umide, dove fiorisce da aprile a maggio. Il verde uniforme e vivace del prato umido è inoltre interrotto qua e là dalle intense macchie di colore appartenenti alle numerose varietà di orchidee, tra cui l’Orchidea palmata (Dactylorhiza incarnata), l’Orchis militaris, in friulano chiamata “scarpòn”, la Orchis morio conosciuta come Giglio caprino, l’Orchidea di maggio (Dactylorhiza majalis) e la Gymnadenia conopsea, volgarmente conosciuta come “manina rosea” per la forma del suo apparato radicale. Può suscitare curiosità l’insediamento nell’ambiente delle torbiere di piante “carnivore” che compensano la scarsa disponibilità di azoto nel substrato catturando insetti grazie a foglie dotate di ghiandole secernenti materiali vischiosi, come Pinguicula alpina, anch’essa relitto glaciale e Drosera rotundifolia, che si nutre di invertebrati attirati dal luccichio dei suoi peli; l’Utricularia minor si serve invece di piccole vescicole-trappola per la cattura dei piccoli organismi vaganti nelle pozze.

Dominatrici incontrastate della variegata flora palustre sono però le canne, il cui intricato sistema radicale produce nel tempo l’inesorabile interramento e la scomparsa degli specchi d’acqua stagnante: comunissima è la Cannuccia palustre (Phragmites communis), disposta in fitti popolamenti che concedono poco spazio ad associazioni di Salcerella (Lathrum salicaria), Lavanda selvatica (Lavandula stoechas) e di Erba grassa (Veronica anagallis-aquatica); lungo i fossi è frequente il “tifeto”, in cui la specie dominante è la Mazzasorda (Typha latifolia), associata al Falasco (Cladium mariscus), entrambe seguite all’esterno dal Giunco nero (Schoenus nigricans) distribuito in grossi cespi, mentre nel poco spazio libero si fanno strada l’Iris gialla (Iris pseudacorus) e la Mestolaccia (Bandella ranunculoides). La specie più avanzata all’interno dello specchio palustre è la Lisca (Schoenoplectus lacustris), capace di ancorare il suo poderoso rizoma strisciante in acque profonde fino a due metri, avvantaggiata dal fatto che il mezzo liquido offre sostegno al suo esile fusto. La ricchezza floristica è inoltre incrementata da un contingente di specie a gravitazione orientale come Plantago altissima, Thalictrum lucidum e Cirsium canum, caratteristiche delle praterie umide a Molinia, mentre non mancano specie a distribuzione meridionale come Holoschoenus vulgaris e Orchis laxiflora. In questo Biotopo è molto interessante anche la fauna: infatti diversi uccelli arrivano nella zona delle risorgive in primavera per nidificare, dal momento che quest’area svolge un’importante funzione di rifugio all’interno di un territorio oggetto di intensa pressione antropica. Tra i rapaci si possono segnalare il Falco di palude, lo Sparviere, il Pecchiaiolo, il Gheppio, appartenente anch’esso alla famiglia dei falchi e l’Albanella minore, un rapace inserito nella Lista Rossa degli animali d’Italia come specie in pericolo, che arriva nelle risorgive in aprile per nidificare sul suolo, tra le densa vegetazione delle paludi e delle torbiere, oltre che nei campi coltivati. In prossimità di stagni e prati umidi si può godere anche della compagnia di qualche piccolo stormo di anatre o germani e del volo di diversi ardeidi, quali l’Airone cinerino, rosso o bianco, la Garzetta, il Tarabusino, anche nidificante, la Nitticora e il Tarabuso; più timida è la Gallinella d’acqua, che fugge e si nasconde nel fitto canneto per sottrarsi allo sguardo e bellissimo è lo Zigolo giallo, che qui si ferma per nidificare. Non è insolito incontrare i fagiani, oltre a moltissime specie di passeracei e d’inverno si notano spesso folti stormi di corvi.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/biotopo4.pngGli specchi d’acqua accolgono il visitatore con un fortissimo gracidio di rane che rende questo ambiente più curioso ed affascinante. Alcuni cartelli posti lungo il tragitto ricordano quali sono le specie animali caratteristiche della zona; così scopriamo ad esempio che la Rana di Lataste fa parte delle cosiddette rane rosse per la caratteristica colorazione rossiccia del dorso ed è una tipica abitante delle aree golenali, palustri e dei boschi misti aperti e freschi di Quercia e Carpino: la sua distribuzione è circoscritta a soli 250 siti di riproduzione e ciò rende questo anfibio una delle specie più rare d’Europa e più soggette ad estinzione. Nelle acque stagnanti vivono numerosi altri anfibi quali i tritoni e l’Ululone dal ventre giallo (Bombina variegata), inconfondibile per la pupilla a forma di cuore e la vistosa colorazione giallastra del ventre.Un impercettibile fruscio tra l’erba ed un guizzo veloce ci permetterebbero di scorgere il Ramarro, di un incredibile colore verde brillante; tra i rettili è importante poter trovare qui la tartaruga d’acqua dolce ed eccezionale è la presenza della Zootoca vivipara, una lucertola microterma anch’essa inserita nella Lista Rossa degli animali d’Italia in quanto rappresenta un caso di relittismo glaciale post-wurmiano: solitamente è presente infatti sull’arco alpino, in territori compresi tra i 600 e i 1800 metri di altitudine. Tra i mammiferi si annovera la presenza della puzzola, carnivoro le cui popolazioni sono ovunque in forte declino. La zona acquitrinosa è frequentata anche da specie di roditori molto vulnerabili, a causa della riduzione degli ambienti umidi, come il Toporagno della Selva di Arvonchi (Sorex adunchi, specie descritta per la prima volta nel 1998) e i Topolini delle risaie, dai delicati nidi pensili appesi ai culmi delle piante, entrambi però sicuramente invisibili ai nostri occhi. Nelle zone più umide troviamo notevoli popolamenti di arvicola terrestre e toporagno acquatico. Oltre alla lepre, alla volpe, allo scoiattolo e ad insettivori come il riccio e la talpa e a carnivori come la faina e la donnola, è stata da anni notata la presenza anche dei caprioli, che trovano il loro habitat ideale nelle aree boschive e paludose della zona meridionale. Da mettere in rilievo, infine, la presenza di alcuni ivertebrati che meritano protezione perchè in forte declino: il Gambero d’acqua dolce (Austropotamobius fulcisianus), specie di interesse comunitario e la Coenonympha oedippus, che è la farfalla europea più a rischio di estinzione, tipicamente legata ai prati umidi in prossimità di acque affioranti.

Dopo aver ammirato la natura selvaggia di questo luogo di straordinaria bellezza, che da una parte è di grande interesse scientifico, dall’altra offre ampi spazi verdi e divertenti percorsi immersi nella natura, Talmassons può offrire al visitatore la possibilità di altre piacevoli passeggiate a piedi, a cavallo o in mountain-bike, lungo itinerari in cui ammirare paesaggi incontaminati in mezzo al verde e al suggestivo scorrere delle acque delle rogge. Un’ulteriore opportunità per il turista è anche una visita all’osservatorio astronomico di recentissima costruzione, destinato ad attività scientifica, ma anche e soprattutto divulgativa per gli appassionati degli astri.

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