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Il territorio comunale di Sedegliano è piuttosto ampio (50,59 Kmq) e si sviluppa, insieme ai comuni di Mereto di Tomba e di Basiliano, nell’area più settentrionale del Medio Friuli; esso ha in comune con Codroipo, Camino e Varmo una caratteristica fondamentale: il suo territorio è percorso e caratterizzato dal Tagliamento. Si tratta di un grande fiume, il principale della regione, che inizia alle sorgenti sul passo della Mauria (a 1.195 m s.l.m.) e termina, dopo 172 chilometri, allo sbocco in mare in corrispondenza di Lignano, dove forma un caratteristico delta arcuato.

Nei fiumi esiste sempre un gradiente trasversale riguardante le modificazioni ambientali che si incontrano dalle rive verso il filone centrale della corrente fluviale: da sponda a sponda, infatti, si modificano la morfologia, le caratteristiche idrologiche, la composizione dei sedimenti che tappezzano l’alveo e la distribuzione dei popolamenti animali e vegetali. Tuttavia le variazioni maggiori sono quelle che intervengono nel fiume dalle sue scaturigini fino al termine del suo corso, lungo un gradiente longitudinale da monte a valle, che seleziona le granulometrie dei sedimenti, le morfologie degli alvei, i flussi di materia e gli adattamenti degli organismi.

Nel Tagliamento si possono distinguere a grandi linee tre zone che hanno aspetto completamente diverso: l’alto corso, con caratteristiche torrentizie, il medio corso, in cui il fiume, abbandonate le gole montane, diviene molto più ampio e il basso corso, che assume un andamento lento e sinuoso, tipico dei fiumi della bassa pianura.
All’altezza di Sedegliano il Tagliamento ha ancora le caratteristiche del medio corso e appare davvero molto ampio, tanto che da una sponda si fa fatica a scorgere quella opposta; la velocità dell’acqua non è sufficiente al trasporto di ciottoli di medie dimensioni che, quindi, vengono lasciati sul fondale a formare estesissimi “ghiareti”; in altri tratti, dove ostacoli naturali rallentano la corrente, si formano fondali prevalentemente costituiti da ghiaia più minuta. Le ghiaie, che hanno origine alpina e prealpina, hanno una natura prevalentemente calcareo-dolomitica e comprendono meno frequentemente elementi marnoso-arenacei; lungo l’alveo si estendono però anche vaste strisce di materiale sabbioso depositato dal fiume durante le piene e la cui superficie è intessuta di piccole ondulazioni, assieme ad una percentuale variabile di limo e argilla, con i quali compongono la cosiddetta matrice.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/ghiaia.pngIn periodo di magra la maggior parte delle acque viene assorbita dall’alveo molto permeabile e va ad alimentare la falda freatica che scorre nel sottosuolo: il letto del fiume appare dunque enorme ma asciutto e al massimo risulta solcato da pochi canali intrecciati a percorso variabile e con spostamenti laterali. Estesi terrazzi (o bordi rialzati) indicano i livelli precedenti di percorrenza del letto fluviale e accompagnano il tracciato dell’acqua; durante la fase di piena calante, infatti, si deposita il materiale più grossolano, che forma accumuli allungati nel senso della corrente, su cui talvolta si instaura una vegetazione arbustiva che consolida il terreno e dà origine a vere e proprie isole fluviali. Anche a questo livello esiste un complesso sistema di scambi tra il fiume e il sistema di falde ad esso collegato, ma l’emersione della falda avviene più a valle, prima con la formazione di lame d’acqua isolate, poi con canali persistenti che si uniscono in un’unica corrente nei pressi del ponte di Madrisio, dove il corso, alimentato anche dalle acque del fiume Varmo, si restringe e diventa meandriforme con ampie curve sinuose fluenti su un alveo pensile. Il grande fiume, che per la maggior parte dell’anno è lento e tranquillo, è però pronto a mostrare tutta la sua potenza se le piogge cadono abbondanti; l’avvento di fenomeni di piena può modificare la forma ed il tracciato piuttosto rapidamente, determinando la formazione di numerose braccia del fiume, alimentate in misura maggiore o minore dal flusso idrico e dotate di isole di diverse dimensioni.

Il Tagliamento, infatti, è un fiume vivace, che non ha mezze misure: costruttore o distruttore, lento nel suo scorrere verso la foce o aggressivo e devastante nella turbolenza delle sue acque in piena, impegnate in frequenti e significativi eventi di trasporto solido. Fonte anche di preziose risorse per l’uomo che utilizza le sue acque a scopi civili, il Tagliamento ha da sempre determinato nel bene e nel male le sorti del territorio percorso dal suo alveo.

Originariamente il borgo di Rivis si trovava nei pressi del fiume, dove è ancora visibile la chiesetta di San Girolamo, ma le ripetute inondazioni resero necessario il suo spostamento nell’attuale più sicuro sito; il nome stesso “Rivis”, derivato dal latino “ripa”, è dovuto proprio alla posizione dell’antico abitato sulle sponde del Tagliamento, in quella zona particolarmente predisposto a tracimare nel periodo delle piene. Anche la frazione di Turrida, che sorge al di sopra di un esteso terrazzamento, per la sua posizione geografica è strettamente legata alla vita del fiume e nel tracciare i momenti salienti della sua storia non è possibile dimenticare le rovinose piene del Tagliamento: una di queste, nel 1692, distrusse totalmente la chiesa di S. Martino e parte dell’abitato.

Proprio nella zona tra Rivis e Turrida si sviluppa l’area più interessante dal punto di vista naturalistico e ambientale: il Parco del Tagliamento, che comprende un’ampia zona golenale, con splendidi punti panoramici sul grande fiume ed è il luogo ideale per piacevoli e facili escursioni e per l’osservazione di numerose specie di avifauna che qui nidificano. Tra i due borghi rurali, inoltre, in località Remis, è presente un museo dell’arte molitoria ed è ancora funzionante il mulino del XVI secolo, in cui le antiche pale sono state sostituite da una moderna turbina azionata dall’acqua della roggia di Codroipo, che è ancora in grado macinare i chicchi di granturco.

Il percorso che conduce al Tagliamento e poi lo costeggia da Rivis a Turrida accoglie numerosi preziosi ecosistemi in buona parte conservati nella loro integrità, soprattutto nelle aree più prossime al greto. L’ingresso nella fascia golenale, cioè l’ambito compreso tra l’argine e l’alveo, offre un paesaggio quanto mai vario e suggestivo, in una combinazione di colori e di forme.
L’area più esterna è occupata dagli appezzamenti agricoli con vigneti e campi coltivati, talvolta circondati dalla vegetazione di golena e intercalati a qualche prato, dove il giallo dei ranuncoli si mescola a quello della Celidonia e del Tarassaco.

La fascia più esterna dell’area golenale accoglie anche un bosco di bordura, più fitto nel territorio di Turrida dove è favorito anche dalla presenza della roggia di San Odorico, che consente il mantenimento di ambienti umidi; qui il sottobosco erbaceo è tappezzato dai bianchi fiorellini dell’Anemone trifola mentre i bordi del canale sono abbelliti dalle graziose infiorescenze del Billeri amaro (Cardamine amara). Si entra quindi nella macchia arborea ed arbustiva del saliceto, che in alcuni tratti è organizzata in vere e proprie estensioni boschive (le cosiddette boschine) e sfuma gradatamente nella radura steppica più prossima al greto: sono frequenti il Salice ripaiolo (Salix eleagnos) e il Salice da vimini (Salix viminalis), che in uno stadio più avanzato si accompagnano spesso al Pioppo nero (Populus nigra), mentre il Salice rosso (Salix purpurea), il Salice da ceste (Salix triandra) e il Salice fragile (Salix fragilis) contribuiscono a costruire vere e proprie isole all’interno dell’alveo.

Laddove la copertura erbacea è ancora continua si possono trovare anche specie esigenti, come la Vedovella dei prati (Globularia punctata), la Trebbia maggiore (Chrysopogon gryllus), la Gramigna setaiola (Festuca ovina) ed il Pennacchio (Brachipodium pennatum). La prateria marginale del greto, percorsa raramente dalle piene, è un tipico ambiente magredile, molto evidente nella zona di Rivis e Turrida, dove la vegetazione è frammentaria ma i radi cespugli erbacei fioriscono dalla primavera all’autunno, in un avvicendarsi di colori che vanno dall’azzurro della Globularia al giallo delle Euforbiacee e delle Ranuncolacee, al rosa delicato delle Campanule. Se da qui si accede all’area ripariale vera e propria, più arida e soggetta alla periodica invasione delle acque, la vegetazione risulta dominata dalle Graminacee, ma si possono ancora trovare delle interessanti specie floristiche. Il suolo messo a nudo dal periodo di secca del fiume, essendo privo di sostanza organica risulta inospitale per la maggior parte delle specie, ma non per tutte: alcune piante specializzate a sopravvivere sui greti, dette glareicole, colonizzano dei tratti dell’alveo con piccoli e talvolta precari popolamenti vegetali.
Alcune specie, come la Gipsophila repens, la Campanula glomerata e la Linaria alpina provengono addirittura dalla zona alpina o prealpina, da dove i semi o le piantine stesse sono stati trasportati a valle dalle correnti di piena: si tratta comunque di specie poco esigenti, che in montagna riescono a crescere anche dentro le fessure delle rocce con pochissimo terreno che permette loro di radicarsi. Altre erbe abbastanza resistenti alle piene del fiume sono il Dente di leone (Taraxacum officinale), la Pelosella (Hieracium pilosella), l’Erba pignola (Sedum album), la Lucernicchia (Saxifraga tridactylites), il Calcatreppolo (Eryngium campestre) e il Timo (Thymus pulegioides).
Laddove l’acqua corrente è poco profonda e scorre in canali intrecciati che divagano sul greto, si può trovare qualche cespo di Piantaggine (Alisma plantago-acquatica) e poche altre tenaci piantine che fluitano nell’acqua. Tuttavia qui il fiume cambia corso continuamente e si modifica in qualsiasi punto seguendo il suo ciclo naturale di piene e di magre: quindi l’acqua, al suo passaggio, cancella canali da una parte e ne crea di nuovi dall’altra, erode con forza su una sponda e deposita sassi e sabbie sull’altra, trasporta semi dall’Alto Friuli, ma distrugge tutta la vegetazione che incontra.
I fattori quindi che possono determinare la sopravvivenza o meno della vegetazione nell’alveo del Tagliamento sono molteplici: la presenza e la velocità dell’acqua, la distanza dalla riva, la capacità di ancoraggio delle radici, la modalità di propagazione dei semi, la resistenza agli sbalzi di umidità, il contenuto di azoto e di sostanza organica nel terreno, la struttura e la profondità del suolo. Tutte le piante di fiume, pertanto, erbacee od arbustive, sono alla ricerca di un difficile equilibrio adattativo e sono inevitabilmente destinate alla precarietà.
Le acque del Tagliamento in occasione di piogge intense si caricano di materiali limosi e assumono un colore giallo-marrone, dovuto al fatto che trasportano tonnellate di limo; ma se le condizioni meteorologiche lo permettono sono caratterizzate da un bel colore chiaro, spesso celeste, che è tipico dei fiumi friulani ed è dovuto a una elevata concentrazione di solfati (soprattutto solfato di calcio), sciolti lungo il passaggio attraverso le valli montane.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/bosco%20golenale.png data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/bosco%20golenale2.png

La popolazione ittica naturalmente varia molto al variare delle caratteristiche fisiche del fiume, ma nella zona prossima a Sedegliano è dominata dal Barbo (Barbus barbus plebejus), i cui barbigli ai lati della bocca gli consentono un’efficace ricerca di cibo sul fondo dell’alveo ghiaioso-sabbioso e sui banchi di limo dove la corrente è più lenta. Il barbo in genere si accompagna al Cavedano (Leuciscus cephalus), un pesce rustico euritermo, cioè capace di sopportare notevoli variazioni di temperatura e quindi in grado di frequentare molte zone diverse del fiume.

Oltre alle frazioni di Rivis e Turrida, dove troviamo la zona più interessante dal punto di vista naturale, il comune di Sedegliano comprende anche Coderno, Gradisca, Grions e San Lorenzo, in cui il paesaggio dominante sono le ampie distese dei campi coltivati a mais e a frumento: questi paesi possono essere visitati seguendo in bicicletta l’itinerario della “Civiltât dal clap”, contrassegnato lungo la strada da appositi cartelli e frutto di un progetto che desidera valorizzare i caratteri dell’alta pianura. Lungo questo percorso, tra Sedegliano e Gradisca, si incontra anche un famoso castelliere dell’Età del Bronzo, cioè un villaggio fortificato delimitato da aggeri ancora ben visibili e in ottimo stato di conservazione, che in un primo tempo era stato datato al XV-XII secolo a.C., ma recenti scoperte hanno permesso di spostare la datazione addirittura al 1800 a. C.

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