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Mereto di Tomba è un piccolo comune dell’alta pianura friulana che si estende su una superficie di 27,30 kmq, è costituito da sei frazioni (Plasencis, Savalons, San Marco, Tomba, Pantianicco, Castelliere) e dal capoluogo (Mereto) e conta poco meno di 3.000 abitanti.
Gli studi toponomastici hanno rivelato che il nome Mereto, che appare fin dalla fine del XV secolo, è in realtà la forma contratta di “Melereto” o “Melareto”, cioè “luogo dove si coltivano le mele”; successivamente la denominazione del paese è stata cambiata in “Mereti tumbae”, in seguito al ritrovamento nel suo territorio di una antica tomba risalente all’Età del Bronzo.

Nell’abitato del capoluogo, sorto originariamente su un castelliere, in posizione strategica lungo l’importante via di comunicazione che collegava Concordia al Norico, si insediarono gruppi di legionari e coloni romani che si dedicarono ad attività prevalentemente agricole.
E l’agricoltura è ancor oggi l’attività prevalente in questa zona, che per buona parte appare coperta da ampie distese di campi coltivati a mais, soia e frumento, affiancata da attività di allevamento e da produzioni lattiero-casearie.

Questo territorio è situato nell’alta pianura e quindi è caratterizzato da un terreno piuttosto arido e permeabile, formato in prevalenza da materiali grossolani che lasciano scorrere l’acqua in profondità, costituiti principalmente dalle alluvioni depositate con le correnti fluvio-glaciali durante l’ultima glaciazione (detta wurmiana e terminata intorno a 10.000 anni fa); questi materiali alluvionali, per lo più rappresentati da ghiaie calcaree e dolomitiche, sono poveri di sostanza organica e ricchi di idrossidi di ferro e di alluminio, che attribuiscono al terreno quel caratteristico colore rossiccio da cui deriva il nome di “ferretto”.
In origine le zone più fertili erano occupate da boschi misti di latifoglie, tra cui querce, aceri, carpini, frassini e olmi, mentre la vegetazione erbacea ricopriva i terreni alluvionali più recenti, meno evoluti e più aridi. Tuttavia per rendere più fertile il terreno e consentire le produzioni agricole, l’ambiente è stato fortemente modificato con il cosiddetto riordino fondiario e il paesaggio è progressivamente mutato per effetto della canalizzazione artificiale: talvolta sono stati eliminati i fossi naturali, parecchi alberi sono stati tagliati e anche i lembi boscati rimasti si sono alterati nella loro composizione specifica, ad esempio in seguito all’ingresso della Robinia pseudoacacia, una leguminosa di origine americana favorita dai continui tagli.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/corno.pngOggi è piuttosto difficile trovare i prati stabili, i cosiddetti “magredi”, le cui tracce si rinvengono solo su qualche capezzagna di terreno incolto o sulle rive dei fossati al limite dell’arativo. Si possono però osservare aree molto naturali soprattutto lungo il corso del fiume Corno, facilmente raggiungibile sia da Pantianicco che da Mereto di Tomba, tramite le strade bianche del riordino fondiario: esso mantiene lungo le sue sponde alcuni boschetti di specie autoctone, specialmente Olmo campestre (Ulmus minor), Acero campestre (Acer campestre) e Frassino maggiore (Fraxinus excelsior), arricchiti da un umido sottobosco costituito da ellebori e false ortiche, oltre a sottili fasce a Pioppo nero e Salice bianco tipiche delle sponde dei corsi d’acqua e delle zone golenali. Il Corno, come il Cormor, è un fiume che ha origine alle pendici dell’anfiteatro morenico, dalle acque meteoriche in parte convogliate lungo i canali di massima pendenza dai rilievi collinari: in particolare nasce nella piana di Carvacco, presso Mels, non lontano da Colloredo di Monte Albano, dove è alimentato da molti piccoli ruscelli di cui è ricca la zona; scorre quindi in direzione sud-occidentale fino a sfociare nella pianura con una profonda incisione valliva a sud di San Daniele del Friuli, dove defluisce assieme al canale Ledra; raggiunto Rodeano riprende il suo corso naturale dirigendosi verso Mereto e poi verso Codroipo; successivamente, presso Romans, si unisce al canale artificiale chiamato Taglio, che infine si immette nello Stella. Il nome del fiume è attestato già nel 1275 e deriva dal latino “Cornum” (corno, meandro, ansa); alcuni storici suppongono che questo corso potesse essere in origine un ramo del Tagliamento, forse quel “Tilaventum minus” ricordato dal naturalista Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) nella sua opera “Naturalia Historia”.
Nell’alta pianura il Corno scorre in fondo ad un’ampia depressione valliva a fondo piatto costituita da alluvioni recenti, rappresentate da ghiaie di varie dimensioni e da sabbie limose nello strato superiore; presenta grandi variazioni di portata e il suo letto nell’alta pianura può rimanere a lungo asciutto o, al contrario, essere molto ricco di acqua nei periodi piovosi e dare origine a piene e a conseguenti inondazioni di grandi proporzioni.
Le sue acque, pur ricevendo scarichi ricchi di residui organici e di composti azotati derivanti dal dilavamento dei terreni agrari, risultano essere di buona qualità e presentano una escursione termica pressoché costante. Un tempo questo fiume era noto per essere molto pescoso: oggi vi si possono trovare vari Ciprinidi, i Lucci e occasionalmente le Trote marmorate che qui vengono a riprodursi.

Un’altra zona interessante dal punto di vista naturalistico e in cui è possibile effettuare piacevoli passeggiate è il Castelliere di Savalons, che si raggiunge molto velocemente percorrendo, anche in bicicletta, la strada che da Mereto porta all’abitato di Savalons.
Il Castelliere, che sorge in aperta campagna, ha una forma quadrangolare con angoli arrotondati ed era percorso su due lati dalle acque della Lavia Madrisana: il suo perimetro è di circa 716 metri, mentre l’area interna è di circa 30.876 metri quadrati.
E’ un castelliere di pianura del tipo a terrapieno, risalente a più di 3000 anni fa e, pur essendo molto rimboschito e coperto dalla vegetazione, mantiene il suo fascino primordiale e viene considerato tra i più interessanti e meglio conservati in regione.

Per vedere un altro scorcio suggestivo del comune di Mereto, si può quindi fare tappa al Mulino Romano o Mulino di Marchet, collocato sulla sponda del canale Ledra fra Mereto e Pantianicco: realizzato nel 1881 su un terreno di proprietà di un certo Romano (da cui deriva il nome), è un mulino ancora funzionante e rappresenta una caratteristica testimonianza della passata e presente attività agricola del territorio; riconosciuto particolarmente interessante anche dall’Accademia delle Belle Arti, oggi è un luogo di ristoro in cui è possibile assaporare la cucina tipica friulana e nel quale si organizzano manifestazioni ed eventi culturali.

data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/mulino(1).png data-cke-saved-src=/www.codroipocuorelivemediofriuli.com/ckeditor-ckfinder-integration/uploads/images/roggia.png

 

A sud-ovest della frazione di Tomba, non lontano dal mulino, costeggiando il canale o percorrendo la strada verso Mereto ed entrando poi a destra in una stradina di campo, si può raggiungere la tomba a tumulo che ha dato nome al paese: detta “Tùmbare” o “Mutare”, è un rilevamento dal profilo tronco conico, alto 7 metri rispetto al piano della campagna e con un diametro di 36 metri; per mezzo di un breve sentierino è possibile salire sopra il tumulo, raggiungendo così la sommità, dove è stata ritrovata un’urna cineraria romana.

Tale tomba rappresenta un importante reperto preromano, dal momento che i ricercatori dell’Università di Udine negli ultimi anni vi hanno scoperto prima il cranio e poi l’intero scheletro di una personalità vissuta nel III millennio a.C.; ma oltre a ciò merita sicuramente una visita perché si trova in una zona suggestiva, in cui spicca tra il paesaggio agrario circostante, circondata da piacevoli campi di viti e dalle acque turbolente della roggia.

L’itinerario cicloturistico che attraversa il comune di Mereto di Tomba consente di visitare gran parte del suo territorio, percorrendo strade asfaltate poco frequentate o stradine sterrate, che oltre a condurre verso i luoghi più famosi che sono stati descritti, permettono di osservare un ambiente ricco di legami tra il presente e il passato, che trasmette pace e tranquillità: il paesaggio è caratterizzato da campi coltivati sorvolati da rapaci in cerca di cibo, da siepi e piccoli boschetti che offrono prezioso rifugio alla fauna selvatica e da chiesette campestri, discrete e silenziose, testimoni della cultura popolare degli ultimi secoli. Tra queste vale la pena visitare la chiesetta campestre di San Antonio, situata sulla riva sinistra del torrente Corno fra Pantianicco e Mereto, la chiesetta di San Rocco, non lontano dalla frazione di Tomba e la suggestiva chiesetta di San Giovanni che per pochi metri non rientra nel comune di Mereto ma si incontra andando a Barazzetto, attraverso una strada di campo che porta il visitatore al centro dell’alveo di un antichissimo fiume glaciale, di cui si scorgono ancora gli argini a ovest (alts di Coder) e a est (alts di Baracêt o mont da l’Ebreo).

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